Nell’ambito del programma Artemis, la NASA invierà astronauti in missioni sempre più difficili per esplorare una porzione maggiore della Luna, al fine di ottenere scoperte scientifiche, benefici economici e gettare le basi per le prime missioni con equipaggio su Marte. Per raggiungere l’obiettivo nazionale di far atterrare astronauti americani sulla superficie della Luna e mantenere la superiorità degli Stati Uniti nell’esplorazione e nella scoperta, la NASA sta aumentando la frequenza delle missioni nell’ambito del programma Artemis, standardizzando la configurazione del razzo SLS (Space Launch System) e aggiungendo una nuova missione.
La nuovissima navicella spaziale della NASA Orion è stata sviluppata per poter inviare astronauti sulla Luna e rappresenta un passo cruciale verso l’invio di equipaggi su Marte. La navicella spaziale Orion fungerà da veicolo di esplorazione, trasportando e sostenendo gli equipaggi delle missioni Artemis sulla Luna e riportandoli sani e salvi sulla Terra. Orion è stata lanciata a bordo del nuovo razzo vettore pesante della NASA, l’SLS (Space Launch System).
Il nuovo programma lunare NASA Artemis non ha come obiettivo solo il ritorno dell’uomo sulla Luna, come si è fatto con le Missioni Apollo, ma la permanenza prolungata con costruzione di basi sul suolo lunare. In questo decennio e nel prossimo sono previste 10 missioni. Dopo Artemis II che si è svolta nel mese di aprile 2026, il primo allunaggio è previsto con Artemis IV non prima del 2028.
Il nome del programma Artemis ha origine da Artemide, dea della caccia e della Luna, mitologicamente gemella di Apollo. Il progetto vede protagonisti principalmente la NASA, con la collaborazione di alcune aziende statunitensi (Boeing, Lockheed Martin e SpaceX) e di partner internazionali come l’ESA (Agenzia Spaziale Europea), la JAXA (Agenzia Spaziale Giapponese) e la CSA (Agenzia Spaziale Canadese). Con il programma Artemis si vuole costruire una base sulla luna per avviare la prima permanenza umana prolungata su di essa.
LE TUTE SPAZIALI ARANCIONI INVECE CHE BIANCHE
Nelle foto della missione Artemis II c’è un dettaglio che cattura subito l’occhio : le tute arancioni dei quattro astronauti – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen (foto sotto). Un colore che stona, almeno all’apparenza, con l’immaginario classico che tutti abbiamo in testa. Perché sì, quando pensiamo agli astronauti, li immaginiamo quasi sempre in bianco, sospesi nel vuoto nero dello spazio.

Eppure, quell’arancione acceso non è affatto una novità. Chi ha seguito l’epoca dello Space Shuttle lo riconosce subito : è lo stesso colore delle tute indossate durante lancio e rientro. Ma allora perché questa differenza così marcata ? La risposta sta tutta nella funzione, più che nell’estetica. Il bianco, che domina nelle passeggiate spaziali e nelle immagini più iconiche, non è una scelta casuale : riflette i raggi del Sole e aiuta a mantenere la temperatura sotto controllo. Nello spazio, dove non c’è aria a dissipare il calore, questo dettaglio può fare la differenza tra comfort e pericolo. Insomma, quando si esce dalla navicella, il bianco è il miglior alleato contro il surriscaldamento. L’arancione, invece, gioca un’altra partita. È un colore che spicca immediatamente, soprattutto contro il blu dell’oceano. In caso di ammaraggio d’emergenza, individuare rapidamente gli astronauti è fondamentale : ecco perché durante le fasi
più critiche del volo – decollo e rientro – si scelgono tute così vistose. E Artemis II ? Nessuna passeggiata spaziale, nessun allunaggio. Gli astronauti resteranno sempre all’interno della capsula Orion. Per questo si torna all’arancione, proprio come ai tempi dello Shuttle : una scelta pratica, ma anche un piccolo omaggio a quella tradizione. Dietro a un semplice colore, quindi, si nasconde una storia fatta di sicurezza, ingegneria e sopravvivenza. Nello spazio, anche i dettagli più “stilistici” hanno sempre un motivo molto concreto.
RICE la Mascotte del Progetto Artemis
Rise (o “Rise the Plush”) è la mascotte ufficiale della missione Artemis II della NASA, lanciata nell’aprile 2026. Questo piccolo peluche ha il compito di segnalare l’assenza di gravità all’interno della capsula Orion quando ha iniziato a fluttuare. Il nome : È il diminutivo di “Earthrise” (Terra che sorge), la famosa fotografia scattata dagli astronauti dell’Apollo 8 e rappresenta la celebrazione del ritorno umano alla Luna dopo oltre 50 anni ed ha accompagnato l’equipaggio durante i 10 giorni di viaggio.

Anche durante Jumpinfuture 2024 (SMS : Small Mission to Space) la SMS Engineering ha utilizzato un Indicatore di Gravità Zero : Cosmo…il cane spaziale. Con la Campagna Jumpinfuture del Center for near Space dell’Italian Institute for the Future, il Presidente Antonio Ascione, il CEO Francesco Castagna, il Vicepresidente Massimiliano Canestro e il Direttore Generale Rosangela Capasso della SMS Engineering
sono diventati µAstronauti attraverso voli parabolici con velivoli dell’aviazione generale a Gravità Zero e parimenti Cosmo. La Missione è stata raccontata attraverso una lettera corredata da figurine a sua Santità Papa Francesco che ha risposto con una Benedizione verso i µAstronauti e le loro famiglie e anche Cosmo !

I Data Center e lo Spazio
La connessione tra i data center e i viaggi nello spazio è più stretta di quanto sembri : entrambi fanno parte della stessa infrastruttura tecnologica globale che permette di gestire, analizzare e trasmettere enormi quantità di dati in condizioni estreme. Innanzitutto per il Controllo delle missioni spaziali. Ogni missione spaziale — dalle capsule con astronauti ai rover su Marte — è controllata da centri sulla Terra (come quelli della NASA o dell’ESA). Questi centri si appoggiano a data center per : elaborare dati in tempo reale, monitorare sistemi di bordo e inviare comandi ai veicoli spaziali. Senza data center, il controllo di una missione sarebbe impossibile parimenti l’analisi dei dati scientifici, le comunicazioni satellitari, l’addestramento e le simulazioni. In sintesi i data center sono il “cervello digitale” che rende possibili i viaggi nello spazio : senza di loro, non potremmo controllare missioni,
analizzare dati o comunicare con ciò che è oltre l’atmosfera

Il Futuro : i data center nello spazio
Si sta studiando la possibilità di costruire data center orbitanti : alimentati da energia solare continua, con raffreddamento naturale nel vuoto e più vicini ai satelliti. Questo ridurrebbe latenza e consumo energetico sulla Terra.
Come funzionerebbero i datacenter nello spazio
Un datacenter orbitale è essenzialmente : un satellite o un modulo in orbita (tipo “mini-stazioni”), pieni di server, storage e sistemi di rete, collegati tra loro e con la Terra. È un Cloud nello Spazio. L’ Alimentazione sarebbe con energia solare, Userebbero pannelli solari (molto efficienti, senza atmosfera) con Energia continua (soprattutto in orbita alta) a costo zero per il consumo e con meno limiti energetici. La vera sfida è il raffreddamento. Sulla Terra si usa l’acqua e l’aria. Nello spazio non c’è aria (niente ventole tradizionali) e il calore si dissipa solo per irraggiamento. Soluzioni : grandi radiatori termici, materiali ad alta conducibilità e design per disperdere calore verso il vuoto. Riguardo la protezione e l’affidabilità ci sono dei Problemi unici : radiazioni cosmiche, detriti spaziali e l’impossibilità di manutenzione diretta a cui si potrebbe ovviare con
hardware “radiation-hardened”, ridondanza estrema e sistemi autonomi di auto-riparazione (software). Benchè vi siano costi di lancio altissimi, una manutenzione complessa, il raffreddamento difficile e il rischio detriti/spazio affollato ci sono Progetti reali (in sviluppo) da parte di Microsoft + Azure Space con esperimenti (tipo Project Natick, anche se subacqueo, ha ispirato questi modelli), Axiom Space per infrastrutture commerciali in orbita, startup europee e USA per “orbital data centers” e connessione con reti tipo Starlink. Nel lungo termine potremmo avere : datacenter in orbita bassa (LEO), infrastrutture attorno alla Luna e computing distribuito tra Terra e spazio.
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NEWS SUI PROGETTI ARTEMIS : Artemis II News and Updates — NASA
Come si Vola con la Navicella ORION
Durante il volo di Artemis II della NASA, la prima missione con equipaggio nell’ambito del programma Artemis, gli astronauti hanno preso i comandi della navicella spaziale Orion e l’hanno pilotata periodicamente manualmente durante il volo attorno alla Luna e ritorno. La missione ha offerto la prima opportunità per garantire che la navicella funzioni come previsto con esseri umani a bordo, in vista delle future missioni Artemis sulla superficie lunare.
